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GRANDE TORINO: quando Erbstein allenava la Nocerina

Il 4 maggio 1949, il calcio italiano e l’Italia intera ha dovuto assistere ad una tragica fatalità, l’incidente aereo di Superga in cui perirono i calciatori del “Grande Torino” che dominava in quegli anni nel campionato italiano e da cui venivano dieci/undicesimi dei calciatori che componevano l’allora Nazionale italiana. Il direttore tecnico di quella squadra magnifica era Ernest Egri Erbstein che nelle stagioni 1929 e 1930 aveva allenato la Nocerina



Il Torino era una squadra considerata da tutto la più forte d’Europa, capace di vincere contro e tutti, si trovò ad affrontare il destino in un incidente aereo. A Egri Erbstein è stato intitolato il viale adiacente allo stadio “San Francesco”, e proprio l’allenatore ungherese unisce Torino e le due Nocera. Infatti la leggenda granata si intreccia con la storia della Nocerina, facendo nascere nel tempo un rapporto di amicizia nel tempo tra le due tifoserie, segnato dal ricordo comune dell’allenatore del grande Torino.
Erbstein giunse a Nocera nell’estate del 1929 per guidare la formazione rossonera appena iscritta in Prima Divisione ( la terza serie dell’epoca). Il presidente della società rossonera era Salvatore Buonocore, affiancato già dall’anno precedente dal colonnello Pavone, comandante del reggimento militare cittadino. Il tecnico ungherese poteva contare su Colombetti, Brindisi, Cavallo, Maccaferri, Di Clemente, Friuli. Cascone, Raktelj, Montarini, Ceresoli, Accarino e Bertagna. La formazione rossonera si schierava con il cosiddetto “Metodo a doppia W” e con una rivoluzionaria idea di gioco.

L’ERBSTEIN TECNICO

Erbstein amava galvanizzare la squadra con i suoi “discorsi” prima di scendere in campo. Era, infatti, un grande oratore e tutti pendevano dalle sue labbra. “Chi la dura la vince”, era il suo motto principale. Tutto faceva parte di una precisa strategia psicologica, il cui fine era quello di mettere i giocatori in condizioni di rendere il massimo durante la partita e fare anche sfoggio di bel gioco. Per lui lo scopo di ogni gara non era solo vincere, ma farlo bene perché il pubblico si aspettava uno spettacolo. Occorreva vincere in maniera convincente, lasciando al pubblico anche una sorta di godimento estetico non effimero, frutto di coralità di gioco e di automatismi quasi alieni per l’epoca. Erbstein aveva la capacità di amalgamare le singole capacità dei calciatori per farne una visione di insieme, una grande orchestra guidata dal direttore che rendeva possibile tutto questo.


NOCERINA E PROSEGUO DELLA CARRIERA

Arrivarono con la Nocerina nel campionato di Prima Divisione vittorie importanti contro la Salernitana, il Cagliari, e la Stabia, la squadra rossonera concluse il campionato 1929/1930 alle spalle del Palermo capolista, a pari punti con Messina e Foggia e con un ruolino di marcia casalingo quasi da record. Erbstein fu osannato da tutti i tifosi della Nocerina, tuttavia le difficoltà economiche ridimensionarono le aspettative, cosi i molossi rinunciarono alla Prima Divisione dell’anno successivo e l’ allenatore fu costretto ad andare via accasandosi al Cagliari con cui vincerà un campionato. Negli anni successivi ottenne grandi soddisfazioni con la Lucchese portando la compagine toscana in massima serie.

LE LEGGI RAZZIALI

Nel 1938, mentre si trovava a Lucca, il regime fascista emanò le leggi razziali e Erbstein si stabilì a Torino dove potè iscrivere le figlie ad una scuola privata, poichè agli ebrei fu vietata l’istruzione pubblica, accettando di allenare i granata. Quando le leggi contro gli ebrei diventarono più stringenti, l’ungherese non potè fare altro che lasciare l’Italia, nonostante il sostegno del presidente del presidente Ferruccio Novo che lo aiutò successivamente a rientrare a Budapest con la famiglia. Lo stesso presidente granata riuscì a fargli ottenere un lavoro presso una azienda edile di Biella, tanto da poter tornare, anche a periodi alterni, in Piemonte, complice anche del cambio di cognome in Egri, per renderlo più italiano.
Fu in quel periodo che collaborò clandestinamente con il Torino, consigliando anche l’acquisto di Valentino Mazzola dal Venezia. Ma nel marzo 1944 le cose in Ungheria si complicarono con l’invasione delle truppe tedesche ed Erbstein venne più volte catturato e liberato solo grazie ad uno stratagemma della figlia Susanna, che si finse crocerossina. Riuscì infine a scappare in Italia di nascosto e ad attendere la fine della guerra, insieme a sua moglie e alle sue due figlie.


IL SUO RITORNO IN ITALIA E LA STRAGE DI SUPERGA DEL TORINO 

Rintracciato da Novo, ritornò ai granata in qualità di direttore tecnico della formazione che vincerà tutto e che prenderà il nome di “Grande Torino”. Qui Erbstein dimostrò tutte le sue qualità, soprattutto da preparatore fisico, costruendo una squadra capace di restare per sempre nella storia del calcio nonché ossatura della nazionale italiana. Il 4 maggio 1949, però il tecnico ungherese e la squadra persero la vita nella tragedia di Superga, quando l’aereo che li stava riportando a Torino, dopo l’amichevole di Lisbona, si schiantò contro la collina dell’omonima basilica. 


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