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Disastro Nocerina

Pubblicato il 7 Gennaio 2026 alle 16:46

C’è stato un momento, tra luglio e agosto, in cui a Nocera sembrava davvero di aver rimesso le mani su qualcosa di serio. Il ritiro, i primi test, i nomi annunciati, le frasi giuste al momento giusto. E soprattutto la risposta della gente: la campagna abbonamenti che correva forte, fino a riaccendere orgoglio e appartenenza. In città si era creato un patto non scritto: voi mettete i soldi e la fiducia, noi mettiamo una squadra da vertice.

E invece, a gennaio, quel patto appare stracciato. Non per una sconfitta singola, non per una domenica storta. Per la somma di scelte, promesse, retromarce e silenzi che hanno trasformato l’ambizione in confusione. Perché il “disastro” non nasce dal caso: nasce quando costruisci un castello e poi togli i pilastri.

Il primo errore è stato credere che bastassero i nomi, e che la piazza dovesse accontentarsi del rumore del mercato. In estate sono arrivati giocatori che, sulla carta, potevano “stare davanti” per la categoria: elementi di esperienza, qualche scommessa, qualche profilo di leadership. Ma poi guardi cosa hai perso per strada e capisci il punto vero: avete lasciato andare l’ossatura. Gerbaudo, Bottalico, Marquez e altri che l’anno scorso avevano dato continuità e identità. E quando togli colonne così, non è più “mercato”: è smontare una base e pretendere che il palazzo resti in piedi solo perché hai cambiato l’arredamento.

Il secondo errore è stato ancora più grave: la gestione tecnica come se fosse un telecomando. Campilongo, poi Fabiano, poi Galderisi. Tre allenatori nel girone d’andata: non è una scelta, è un allarme. Qui non si tratta di stabilire chi sia più bravo. Qui si tratta di una cosa semplice: se cambi tre volte, il problema non è solo l’allenatore. È la catena di comando, è la programmazione, è il mercato che non torna, è la gestione dello spogliatoio, è la comunicazione che manca.

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Ed eccoci al terzo errore, quello che sta facendo più danni di tutti: il silenzio. Perché i risultati pesano, ma la sensazione di essere lasciati soli pesa di più. Il campo può andare male, ma quando la società sparisce, senza una parola pubblica, non esiste direzione: esiste solo emergenza. E la gente, quando sente l’assenza, si attacca ai dettagli: alle frasi fatte, agli appelli “morali”, ai messaggi costruiti per addolcire l’amarezza.

La verità è rovesciata: qui non è la curva a dover dimostrare qualcosa. La curva ha già dimostrato, con gli abbonamenti e con la presenza. Qui è la società che deve dimostrare di meritare quel credito. E non lo fai con gli slogan: lo fai con scelte coerenti e con una voce riconoscibile.

Poi c’è la pagina più amara, quella del mercato e delle responsabilità personali. Il direttore sportivo che esce di scena a fine dicembre lascia un vuoto e, soprattutto, lascia una domanda: chi si prende la responsabilità sportiva di una stagione impostata così? Perché questa squadra non l’ha fatta il vento. L’ha fatta qualcuno. E quando le scelte non funzionano, non si riscrive la storia: si prende atto, si abbassa la testa e si ammette dove si è sbagliato.

E adesso parliamo del Direttore. Perché qui non siamo al “calcio parlato” da bar. Qui è una questione di rispetto. Se oggi c’è ancora chi, dopo aver mangiato nel piatto dei tifosi, gira dicendo che la colpa è della società, il comportamento è vergognoso. Non perché la società sia intoccabile, ma perché chi è stato dentro certe dinamiche e certe scelte non può fare il moralista a posteriori. Se sei stato uno degli artefici di un fallimento, o di un disastro sportivo e gestionale, non puoi riciclarti come voce innocente. Puoi solo fare una cosa: chiedere scusa e farti da parte.

Il disastro Nocerina, oggi, è tutto qui: una piazza che ha messo entusiasmo e soldi, una squadra ricostruita senza continuità, tre allenatori in quattro mesi, e una società che non parla. E allora sì, la gente si arrabbia, perché sente di essere stata chiamata per “dare una mano” e poi lasciata a gestire anche il dolore, anche la contestazione, anche la confusione.

Se volete rimettere in piedi la stagione, non servono promesse nuove. Servono tre cose, immediate e pubbliche: presenza, chiarezza, responsabilità. Una conferenza vera della società, senza deleghe e senza frasi di circostanza. Un mercato di gennaio che non sia una lotteria ma chirurgia per una salvezza tranquilla pochi innesti, mirati, gente con personalità e gamba. E una linea unica, finalmente: perché cambiare sempre uomini e maschere non cambia il finale, se la regia resta la stessa.

A Nocera, ormai, il finale lo conoscono tutti: non è accettabile che a pagare siano sempre gli stessi. I tifosi ci sono già. Adesso tocca a chi comanda.

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