Nocerina, la domenica non perdona: serve ferocia fino al 90’

Un pareggio che brucia come una sconfitta: la Nocerina si specchia, comanda, ma non chiude. Ora basta alibi: a Scafati coltello tra i denti.
Un pareggio che brucia come una sconfitta: la Nocerina si specchia, comanda, ma non chiude. Ora basta alibi: a Scafati coltello tra i denti.
La domenica sera non perdona nessuno. Neanche a noi. Non vengo qui a parlare di sfortuna, rimpalli cattivi o destini contrari: stasera la verità ha una sola faccia e ci guarda dritto negli occhi. La Nocerina ha avuto la partita in mano, l’ha trascinata dove voleva, l’ha spogliata di ogni alibi. Eppure non l’ha chiusa. E quando non chiudi, il calcio ti presenta il conto con la freddezza di un usciere: novantesimo, una distrazione, una palla sporca che diventa coltello. Pari. Gelo. E quel ruggito che avevamo in gola rimane lì, a graffiare.
L’inizio era da squadra seria. Campo aggredito, ritmo, gambe che mordono. Kernezo prende la fascia come fosse un debito personale, accelera, si fa stendere: rosso per loro dopo venti minuti. Venti. Con un uomo in più per settanta, la sentenza dovrebbe scriversi da sola. Non è una supplica, è un dovere. E infatti Felleca la spacca: controllo, tiro, rete. San Francesco esplode, noi con lui. È il momento in cui devi togliere l’aria all’avversario, devi fargli capire che uscire vivo da qui è vietato. Invece lo lasci respirare. Lo lasci vivere.
Ci sono occasioni, ci sono cross che attraversano l’area senza padrone, ci sono conclusioni che chiedono solo cattiveria, quella cattiveria che oggi è stata intermittente. E poi ci sono minuti che in un campionato pesano come mesi, perché fanno curriculum, ti spiegano chi sei. Gli ultimi dieci sono il giudizio universale: lì non basta giocare meglio, lì serve lucidità da uomini, fame da branchi, malizia, seconde palle prese col coltello. Lì devi essere scomodo, sporco, cattivo. Non l’abbiamo fatto abbastanza.
Non mi interessa l’applauso tiepido a fine gara, non mi interessa la carezza consolatoria della prestazione: questa piazza pretende la ferocia. E la ferocia non è urlare e basta; è scelta, è abitudine, è una postura. Vuol dire andare in area in quattro, non in uno solo. Vuol dire che sull’ultima palla non si molla mai, che il tempo di recupero diventa alleato e non un imbuto di ansia. Vuol dire ricordarsi che la maglia rossonera non chiede “per favore”: esige.
Qualcosa di buono? Certo. C’è il passo di Kernezo che spezza le partite. C’è la scintilla di Felleca, che quando guarda la porta sente l’odore del sangue. C’è un’idea di gioco che si vede, che si riconosce. Ma smettiamola di fare l’inventario delle cose belle quando non portiamo a casa quello che conta. Il campionato non mette voti alla pagella di estetica, mette punti sul tavolo. E noi oggi ne abbiamo lasciato uno pesante per strada. Impresentabile.
Questa rubrica nasce per dire le cose come stanno: brucia? Benissimo. Deve bruciare fino a domenica, fino a quando rientriamo nello spogliatoio e ci ricordiamo che qui non si negozia nulla. Si lavora sugli ultimi trenta metri come ossessi, si allena l’istinto del branco: palla dentro, palla sporca, palla spinta oltre la linea, senza romanticismi. Davanti alla porta si pensa poco e si fa male. Punto.
A Scafati zero alibi: coltello tra i denti e testa lucida. È la seconda di campionato di Serie D, ma vale già una definizione. Vogliamo essere la squadra che gioca bene e si fa beffare al 90’, o quella che entra sapendo che l’avversario uscirà senza fiato? La risposta non sta nelle parole, sta nel rumore che fa la rete quando la gonfi la seconda, la terza volta. La Nocerina ha tutto per dominare questo Girone G 2025/26: da stasera si riparte a muso duro. La prossima, quando il cronometro si piega, lo spezziamo. E non si pareggia più.
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