Nocerina, questo silenzio stampa fa più male di una sconfitta

Da settimane la Nocerina parla solo attraverso il tabellone dei risultati. Niente conferenze, niente interviste, niente voci ufficiali che provino a spiegare cosa sta succedendo e soprattutto dove si vuole andare. Un silenzio stampa nato forse per proteggere il gruppo in un momento delicato, ma che col passare del tempo si sta trasformando in un muro fra la società e la sua gente.
Siamo arrivati a dicembre. Il campionato è entrato in quella fase in cui si comincia davvero a capire chi vuole provare a vincerlo e chi si accontenta di galleggiare. La classifica dice che la Nocerina è pienamente in corsa, a quattro punti dalla vetta, con la capolista Scafatese che nelle ultime settimane ha rallentato, lasciando per strada diversi punti con qualche pareggio di troppo. Insomma, il treno non è ancora passato, anzi: è lì, a portata di mano.
Ed è proprio questo il paradosso: mentre il campo racconta una squadra viva, che lotta, che ha ritrovato un minimo di identità dopo un’estate piena di errori, fuori dal campo regna il silenzio. Un silenzio che alla lunga fa più male di una sconfitta, perché lascia i tifosi soli con le loro domande, le loro paure, le loro aspettative.
La verità è che la piazza di Nocera non è una piazza qualsiasi. Qui la Nocerina non è solo una squadra di calcio: è un pezzo di vita, di storia, di identità collettiva. La gente riempie il settore ospiti anche in Coppa, si organizza, si sobbarca chilometri e spese, segue ogni dettaglio, ogni indiscrezione, ogni movimento di mercato. Non puoi chiedere a questa tifoseria di “stare zitta e guardare”, come se fosse un pubblico qualsiasi. Il silenzio stampa prolungato, in una realtà del genere, non è una scelta neutra: è un messaggio. E il messaggio che passa, volenti o nolenti, è distanza.
La scorsa estate qualcosa è andato storto, è inutile girarci intorno. La costruzione della rosa, soprattutto nella scelta degli under, ha lasciato più di un dubbio. Sono mancati equilibrio, profondità, alternative vere. Alcune scommesse non hanno reso quanto ci si aspettava, altre sembrano nate già zoppe. È umano sbagliare, succede in tutte le categorie. Ma è altrettanto normale che, a questo punto della stagione, la gente voglia capire se questi errori sono stati riconosciuti e come si intende rimediare.
. Si apre il mercato e lì si capisce davvero che idea hai della tua squadra. È il momento in cui una società può dare un segnale forte: rinforzare dove si è deboli, aggiustare il tiro sugli under, puntellare la rosa con due o tre acquisti mirati che alzino il livello degli allenamenti e della concorrenza interna. I tifosi non chiedono la luna, non pretendono rivoluzioni ogni sei mesi. Ma almeno vogliono sapere se c’è la volontà di giocarsela fino in fondo, di provare a rientrare sul serio nella lotta per il primo posto, approfittando anche dei passi falsi della capolista.
Oggi invece tutto questo resta sospeso. Ci si affida ai rumors, alle voci di corridoio, ai “si dice” da bar e da social. E quando una società non parla, sono gli altri a parlare al posto suo. Questo alimenta malumore, sfiducia, distacco. C’è chi inizia a sentirsi poco considerato, chi si chiede se il proprio sostegno conti davvero, chi arriva addirittura a domandarsi se non stia chiedendo troppo nel pretendere una parola di chiarezza.
Proteggere lo spogliatoio è giusto. Mettere il gruppo al riparo dalle polemiche è comprensibile, soprattutto in un campionato lungo e logorante come la Serie D. Ma proteggere non significa chiudersi a riccio. Si può tranquillamente evitare il teatrino delle interviste a caldo e delle frasi dette tanto per riempire un microfono, e allo stesso tempo trovare il modo di parlare alla città, di spiegare una linea, di tracciare una strada.
Basterebbe poco: una conferenza stampa vera, non una comparsata. Una chiacchierata pubblica del presidente o di un dirigente di riferimento, in cui dire pochi concetti ma chiari. Cosa si vuole fare da qui alla fine? Si punta dichiaratamente a colmare quei quattro punti dalla capolista, provando a tenere il fiato sul collo della Scafatese, oppure l’obiettivo è semplicemente stare nelle prime posizioni senza prendersi rischi? Quali reparti saranno rinforzati? Si interverrà davvero sugli errori commessi in estate con gli under? Si immagina un progetto almeno biennale o si vive alla giornata?
Sono tutte domande legittime, che non mettono in discussione l’amore per la maglia ma, al contrario, nascono proprio da quello. Chi ama la Nocerina non è un cliente da tenere buono, è una parte viva del club. E una parte viva ha bisogno di essere coinvolta, ascoltata, rispettata. Il silenzio prolungato, in questo senso, non è solo una scelta comunicativa: è una scelta politica nei confronti del proprio pubblico.
Il paradosso è che oggi la squadra avrebbe anche qualcosa di positivo da raccontare. Dopo un avvio zoppicante, la classifica è tornata decente, la distanza dalla vetta è colmabile, la capolista sta rallentando e il campionato è apertissimo. È il momento di cavalcare l’entusiasmo, di riaccendere ancora di più il fuoco dentro la gente, non di spegnerlo con il gelo del silenzio.
Per questo, arrivati a dicembre, la sensazione è che serva uno scatto non solo sul campo, ma anche fuori. Serve che la società ci metta la faccia, che esca da questo silenzio diventato ormai abitudine, che parli alla città e alla tifoseria con sincerità. Anche ammettendo di aver sbagliato qualcosa in estate, ma spiegando come si proverà ad aggiustare il tiro.
La Nocerina non ha bisogno di promesse vuote o slogan da social. Ha bisogno di una voce. Perché si può anche perdere una partita, si può sbagliare un under o un acquisto. Ma il rapporto con la propria gente, quello no, non ci si può permettere di perderlo.
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