Nocerina, 1921: l’ingiustizia che ci tolse la Prima Divisione

La crescita smisurata delle società del calcio italiano esplose in una crisi. Ventiquattro club del Nord uscirono dall’alveo federale per fondare la Confederazione Calcistica Italiana a Milano, creando un torneo parallelo. Al Nord si divisero in due gironi “specchio”, senza derby (tranne l’eccezione milanese) e calendario all’italiana; le prime si sarebbero giocate il titolo del Nord in andata e ritorno. Al Centro-Sud, invece, si rimase ai campionati regionali, con una finalissima che, dopo l’aggregazione della Toscana al torneo settentrionale, diventò quasi “di propaganda”.
Dentro questo scenario nasce la nostra ferita sportiva. È la stessa sensazione che oggi proviamo quando si parla di graduatorie e verdetti: basti pensare ai ripescaggi ignorati che tengono fuori piazze vive e in regola. La giustizia nel calcio è un mito che rincorriamo; la memoria invece resta.
La Nocerina chiese l’ammissione alla Prima Divisione campana: serviva uno spareggio contro la Cavese. All’andata, a Nocera, finì 3-1 (Cornei, Berti, Sellitti). Al ritorno 2-2, con un gol annullato ai padroni di casa e l’invasione del rettangolo di gioco da parte di tifosi nocerini che condizionò il finale. Segnarono Rigatti e Ferraris. La “tipo” rossonera: Fresa; Sellitti I, Fruggeri; Conetti, Baldini, Rigatti; Berti, Vitagliano, Sellitti II, Comei, Bonaldi. Pochi giorni prima del via arrivò la mazzata: esclusione “per non aver disputato la Promozione” l’anno precedente. Una motivazione che allora parve soprattutto una sanzione per l’invasione di campo. Le avversarie che avremmo dovuto affrontare osservarono il turno di riposo. Fine della corsa, sulla soglia.
Non era la prima volta che la nostra storia si intrecciava con eventi più grandi di lei. Già nel 1914-15, il campionato che la guerra fermò, il calcio mostrò quanto fosse fragile il confine tra campo e mondo. E poco dopo, il derby con la Salernitana del “cross dalla folla” raccontò un’epoca in cui il pubblico diventava davvero dodicesimo uomo.
Da allora l’appartenenza rossonera si è nutrita di cicatrici e ripartenze. Le origini rossonere (1910–15) spiegano perché ci sentiamo parte di qualcosa che non è in vendita. E oggi quell’identità vive anche nei passi concreti della città: le novità sui lavori al San Francesco sono un segno di dignità e futuro
La giustizia perfetta non esiste; la memoria sì. È lì che i molossi ritrovano ogni volta la propria voce.
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